Firmato l'accordo su Gaza: e adesso?
Trump e la Palestina: quali prospettive concrete per la fine del conflitto
Dal pomposo discorso tenuto da Benjamin Netanyahu dinanzi al parlamento israeliano (Knesset) per la firma dell’accordo su Gaza bisogna detrarre le vuote adulazioni a Donald Trump.
Sul successivo intervento di Trump stesso non merita trattenersi, ma bisogna riconoscere alla sua amministrazione di aver raggiunto un risultato che può mutare lo scenario mediorientale.
E’ difficile credere che l’artefice ne sia lui stesso; altrettanto poco credibile è che lo sia l’inviato speciale Steve Witkoff. Sulla via verso l’accordo, Trump è stato guidato da qualche mano più esperta e meno esposta. Può essere quella di Jared Kushner, marito della figlia Ivanka, senza incarichi ufficiali ma visibile nelle ultime fasi del negoziato; ebreo, Kushner conosce la realtà mediorientale e non manca di contatti utili.
Il sollievo per la fine dei combattimenti è scontato
Rallegrarsi per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi è scontato ma insufficiente. Come ricordavo in questa analisi al momento della definizione dell’accordo, due settimane or sono, la pacificazione della regione dipende dalla volontà di Hamas di disarmare e ritirarsi dalla scena arabo-palestinese.
Ripeto le due questioni essenziali: Hamas si ritirerà solo se vi sarà costretto, perché indebolito a sufficienza dalla guerra a Gaza, e se l’Iran, suo sostenitore, fiaccato dagli attacchi di Israele e Stati uniti nei mesi scorsi, non sarà più in grado di sostenerlo, con gli altri gruppi estremisti nella regione. Queste condizioni restano da verificare.
La novità di questo accordo
Rispetto a precedenti e fallimentari tentativi di regolazione del conflitto arabo-israeliano, la novità di questo accordo è la percezione che, se non l’Iran, almeno i Paesi arabi si siano convinti a scaricare Hamas.
In conseguenza, è possibile che Hamas sia costretto a ritirarsi dalla Palestina; è più difficile immaginare, però, che sia disponibile a disperdere il capitale di consenso che ha rastrellato in Occidente, dove, in questi due anni di guerra, centinaia di migliaia di persone si sono riversate in strada urlando i suoi slogan.
Sulla narrativa di Hamas, innestandosi su posizioni ereditate dalla Weltanschauung sovietica, politici, intellettuali e operatori dei media europei hanno costruito rendite di posizione alle quali non rinunceranno con facilità.
E gli uomini di Hamas?
Cosa faranno gli uomini di Hamas, se saranno costretti ad abbandonare il focolaio palestinese, è una delle domande più grevi che pesano sull’accordo per Gaza. Tre uomini presunti affiliati di Hamas sono stati arrestati a Berlino nei giorni scorsi, intenti a trafficare armi per un attacco; a Bruxelles è stato sventato un attentato di matrice islamista ai danni del primo ministro belga; in Svizzera è stato reso noto in queste ore l’arresto, nei mesi scorsi, di un giovane radicalizzato che preparava un’azione violenta.
Le opinioni pubbliche europee tendono a considerare il terrorismo mediorientale un fatto lontano, dimentiche delle dolorose lezioni del recente passato.
Se Hamas sarà sconfitto in Palestina, saprà di avere in Europa basi di consenso tra i molti che lo riconoscono come movimento di «resistenza,» spesso convinti di solidarizzare così con i civili arabo-palestinesi.
Grazie a tutti coloro che recensiscono su Amazon il mio libro Gli imperi non vogliono morire, dedicato ai miei viaggi in Ucraina: «Un meraviglioso affresco sull’Ucraina e della sua importanza nel contesto internazionale. Una vera chicca.»



